Un subdolo mostro
"Il sorriso della rivolta" é uno spettacolo fuori dal comune, chi si aspetta di vedere sul palco un gruppo di personaggi impegnati in una vicenda rimarrà deluso. In scena gli attori danno vita ad uno spettacolo corale nato da un lato dalla discussione in gruppo sul tema della violenza a e dall'altro dalle inclinazioni e dai desideri di ogni singolo attore. Il sorriso della rivolta, questo il titolo dello spettacolo che i Giullari di Gulliver (gruppo non professionista) porteranno questa sera al teatro del Centro Sociale di Casvegno alle 20.30, parla dei rapporti di potere fra uomo e donna, di potere politico, del ruolo della donna nella storia, e delle sfumature che può assumere la violenza, spesso creatura subdola, che si presenta sotto forma di desiderio. I temi sono svolti in una serie di quadri situazionali che scivolano l'uno nell'altro con l'entrata e l'uscita di scena degli attori. Il regista è Antonello Cecchinato, che da ex allievo del Teatro Dimitri ha mantenuto e sviluppato una predilezione per l'espressione corporea. I suoi personaggi parlano poco, ma si esprimono attraverso la gestualità di gruppo, le donne (dai movimenti leggeri) contrapposte agli uomini (contraddistinti da una maggiore pesantezza dei gesti): "Ho fatto in modo di far dire agli attori lo stretto indispensabile a livello di testo, per permettere al corpo di esprimersi, di divenire parola".
(La Regione, 22 febbraio 2002)
Antonello Cecchinato, il regista dei desideri.
“Capita sovente, andando a teatro a vedere spettacoli allestiti da una compagnia di non professionisti, di cogliere il limite degli attori, di vederli cioè spinti al massimo delle loro possibilità con il rischio che o tracollino da una battuta all'altra. Per un regista che lavora con un gruppo di non professionisti il pericolo è quello di non accorgersi delle reali capacità degli attori e di pretendere da loro prove che le oltrepassano.
Questo non succede ad Antonello Cecchinato, regista del Collettivo di Teatro dei Giullari di Gulliver, che ieri ha portato al Centro Sociale di Casvegno Il sorriso della rivolta, spettacolo sui diversi volti della violenza e del potere. Non succede in primo luogo perché Cecchinato lavora con un gruppo
di dilettanti per scelta:
"Non m'interessa lavorare con dei professionisti, perché ciò non mi permetterebbe di sviluppare il lavoro che intendo svolgere. Dal momento che mi piace la spontaneità, e non ho paura dell'incoerenza che da essa può nascere, preferisco lavorare con un gruppo come i Giullari, piuttosto che con degli attori abituati a seguire pedissequamente un testo e le indicazioni del regista alla lettera. Percepisco l'attore professionista in un certo senso più rigido e cristallizzato rispetto alla freschezza di un dilettante".
Il lavoro di Antonello Cecchinato si fonda inoltre, più che sullo scritto, sulla discussione che il testo o il suo - tema di fondo fanno scaturire all'interno del gruppo oltre che sui desideri degli attori. Così, sebbene lo spunto de Il sorriso della rivolta provenga da El loco di Alberto Manzi, in verità Antonello Cecchinato e il suo gruppo hanno sviluppato molto liberamente il tema.
"Questo perché durante il lavoro di preparazione dello spettacolo ognuno trova una sua linea, si definisce in rapporto al tema svolto e in rapporto al gruppo. Il testo offre lo spunto,- ma non ci determina in nessun modo. Nascono molte idee dalle discussioni e il mio compito è quello di gestirle e di limarle, conferendo loro l'aspetto finale.
Sono un regista, d'accordo, ma lo spettacolo non lo detto io, cresce con il gruppo e con le particolarità degli attori presenti. Io interferisco il meno possibile, faccio solo in modo di portare alla luce i desideri degli attori e di integrarli armonicamente in uno spettacolo. Definirei lo spazio entro il quale lavoriamo e sviluppiamo lo spettacolo un laboratorio di ricerca".
In questo modo gli attori dicono molto di se stessi, poiché nell'economia dello spettacolo hanno lavorato sui loro personali desideri e per questo, proprio perché non devono ricoprire dei ruoli incartapecoriti, non li si vede mai giungere ad un limite delle capacità, ma si coglie, nel loro ruolo, la freschezza del loro essere fondamentalmente se stessi.”
(La Regione, 23 febbraio 2002)