I TRE FOLLETTI MANGIONI


Forse c'era, o forse non c'era, un bravissimo cacciatore che morì improvvisamente lasciando la moglie e un figlio assai giovane a cui non aveva ancora insegnato a cacciare.
Poiché i due si trovarono mancanti di tutto, il giovane, che si chiamava Mussadal, disse alla madre:
- Dammi il fucile di mio padre: cercherò di cacciare qualche animale.
La madre glielo dette insieme alla sua benedizione e Mussadal si recò nel bosco.
Cercò invano la preda per tutto il giorno e, al calar della sera, siccome era molto lontano da casa, decise di salire su un albero e passar lì la notte, per non essere attaccato dalle bestie feroci.
Sul far dell'alba si svegliò e vide che proprio sotto l'albero si erano radunati quattro stupendi animali da pelliccia. Mussadal impugnò il fucile, mirò e colpì in pieno uno dei quattro, mentre gli altri fuggivano.
Scese dall'albero, scuoiò la bestia e portò le carni e la pelliccia a sua madre, che gli disse:
- Vai a vendere questa pelle nella capitale: vedrai che ti offriranno una bella somma.
Mussadal si recò nella piazza del palazzo reale e quando passò il gran Visir gli offrì la pelle. Questi, visto che era una pelle pregiata, la comprò subito e disse al venditore di farsi rivedere la settimana seguente.
Il sovrano approvò con entusiasmo l'acquisto del suo Visir, ma, siccome era un uomo avido ed esigente, disse:
- Voglio che il cacciatore che ha ucciso l'animale mi porti altre dieci pelli come questa, pena la morte.
La settimana seguente, quando Mussadal si fece rivedere nella piazza del palazzo reale, il Visir gli comunicò l'ordine del sovrano e lo fece riaccompagnare subito a casa da due guardie, perché egli non se la svignasse senza farsi più vedere e senza obbedire all'ordine reale.
La madre di Mussadal lo consigliò così:
- Chiedi al sovrano quaranta cammelli, ciascuno carico di due otri di vino, e quaranta giorni di tempo per procurare le dieci pelli.
Il sovrano acconsentì alle richieste del giovane e questi, sempre su consiglio della madre, scavò una gran fossa presso la fonte dove gli animali andavano a bere e la riempì tutta di vino. Poi nascose la sorgente sotto molti rami d'albero, salì su un salice che cresceva lì accanto e attese.
Vennero molti animali da pelliccia che bevvero dalla fossa quella che credevano fosse acqua ed era invece vino puro. Si ubriacarono a tal punto che non poterono piú muoversi. Per Mussadal fu uno scherzo uccidere altri dieci animali da pelliccia!
Dopo quaranta giorni si recò a corte con le dieci pelli e il re gli fece dare una bella somma di ricompensa. Ma avido ed esigente com'era, disse tra sé:
"Se questo giovane è stato capace di portarmi dieci pellicce così belle in soli quaranta giorni, sicuramente può riuscire a fare anche qualcosa di più".
Ordinò che lo portassero alla reggia e poi gli disse:
- Le tue pelli sono belle ma io non posso godermele a lungo. Ho più di cento anni e morirò presto. So però che se potessi sposare la bella Rossana, figlia del re di Taruapai, potrei tornare giovane come quando fui incoronato. E avevo appena diciotto anni! Si dice che Rossana conosca il segreto per rendere la giovinezza perduta.
- Ma come potrò ottenere per voi la mano della bella Rossana? - chiese preoccupato Mussadal e aggiunse tra sé:
"Neppure mia madre sarebbe in grado di consigliarmi!"
- Questo è affar tuo. lo ti posso dare, per le spese di viaggio, tre borse piene d'oro. Arrangiati come meglio puoi perché, se non riesci nell'impresa, ti farò tagliare la testa.
Mussadal salutò la madre e si mise in cammino per il regno di Taruapai. Strada facendo s'imbattè in un folletto che si stava mangiando un bue arrosto.
- Altolà! - si sentì gridare. - Di qui non si passa se non si paga il pedaggio.
- E quant'è il pedaggio? - chiese Mussadal mettendo mano a una delle tre borse d'oro.
- Tanto cibo da togliermi la fame!
- Ma se ti stai mangiando un bue intero! Dove lo metti tutto questo cibo?
- Un bue, per me, è niente. E dove metto il cibo è affar mio. Se vuoi passare, devi portarmi un gregge di pecore.
Mussadal andò alla ricerca di un gregge, lo pagò con molte monete d'oro e lo portò al folletto che esclamò:
- Grazie! Per compensarti della tua gentilezza, eccoti due peli della mia barba. In caso di necessità, strofinali un poco tra le dita e io ti verrò in aiuto.
- Sto andando nel regno di Taruapai - disse Mussadal. - Sono sulla strada giusta?
- Giustissima! Ma ti sbarreranno il passo due miei fratelli, tutti e due affamati come me. Tu cerca di soddisfarli. Il primo e tanto forte che con un soffio scatena violente tempeste ed è goloso di cammelli. Il secondo corre più veloce del vento ed ama soprattutto la carne di bufalo.
Mussadal ringraziò per l'informazione e continuò la strada. Di lì a poco incontrò il secondo folletto che gli impedì di passare, ma il giovane gli propose, in cambio del passaggio, sette cammelli. Il folletto accettò l'offerta e Mussadal, con l'oro che aveva in abbondanza, fece presto a procurarseli nelle vicinanze e a portarglieli.
- Ti ringrazio! - gli disse il folletto. - Per ricompensa prendi questi due peli dei miei baffi. Quando sarai in difficoltà, strofinali tra le dita. Io ti sarò al fianco con la mia forza straordinaria, pronto a scatenare una tempesta con un dito solo, se questo può servirti.
Mussadal proseguì la strada e, cammin facendo, si procurò, da un contadino, sette bufali enormi. Quando s'imbattè nel terzo folletto che gli sbarrò il passo, fu pronto ad offrirgli i sette animali come pedaggio.
- Grazie - esclamò il terzo folletto leccandosi i baffi. - Ti voglio ricompensare! Prendi questi due peli delle mie sopracciglia. Strofinali tra le dita ed io verrò in tuo soccorso in un baleno, perché sono più veloce del vento.
Mussadal proseguì la strada e giunse presto nel regno di Taruapai. Si presentò al re chiedendogli la mano della figlia Rossana.
- Per avere mia figlia in moglie devi superare tre difficili prove - rispose il sovrano.
- Sono pronto! - replicò il giovane. - Qual è la prima?
- Devi gareggiare con sei concorrenti. Ognuno sarà chiuso in una stanza con sette barili colmi di carne d'agnello. Chi ne mangerà più degli altri sarà il vincitore.
Il mattino seguente il giovane si trovò chiuso in una stanza, come gli altri sei concorrenti, e davanti gli furono posti sette barili colmi di carne. Mussadal strofinò tra le dita i peli della barba del primo folletto, che gli fu subito accanto e si mise a mangiare con entusiasmo.
Gli altri sei concorrenti arrivarono a divorare chi tre, chi anche quattro barili di carne, ma non di più. Il folletto, invece, dopo aver leccato anche il fondo dei sette barili, disse a Mussadal:
- Ho ancora fame! Chiedi se ci sono barili avanzati degli altri concorrenti ed io finirò anche quelli.
Mussadal obbedì, i barili avanzati furono portati nella sua stanza e dopo poco il folletto li aveva già vuotati interamente.
- Hai vinto, - proclamò il sovrano - ma devi affrontare la seconda prova con altri sei concorrenti.
- In che cosa consiste? - chiese Mussadal.
- Ognuno di voi sette deve combattere con il famoso lottatore Orripilo. Vincerà chi riuscirà a scaraventarlo di là dalla staccionata che delimita il campo di gara.
Avanzò sul campo Orripilo: un omone grande e grosso con enormi fasci di muscoli.
Lo fronteggiò il primo concorrente che fu catapultato al di là della staccionata appena Orripilo l'ebbe afferrato con una sola mano.
Il secondo fece un volo ancora più alto del primo. Eppure Orripilo aveva, ancora una volta, usato una mano sola per affrontarlo.
Accadde lo stesso al terzo, al quarto, al quinto e al sesto concorrente. Mussadal intanto aveva strofinato tra le dita i due peli dei baffi del secondo folletto e questo era subito apparso, visibile solo a lui, e si era messo al suo fianco.
Quando anche il sesto concorrente fu gettato fuori dal campo dalla mano possente di Orripilo, Mussadal, che era il settimo degli sfidanti, avanzò contro l'avversario tenendosi bene in guardia. Ad un certo momento si gettò fulmineo in avanti.
Fu allora che il folletto sparò un colpo così violento nello stomaco di Orripilo da scaraventarlo come una palla di cannone al di là della staccionata.
- Ha vinto al primo colpo! - gridò la folla e lo acclamò vincitore.
Il re dovette ammettere che aveva superato anche la seconda prova.
- Ti resta però la terza - disse - e avrai ancora sei rivali.
- In che cosa consiste? - chiese Mussadal.
- Ad ognuno dei sette concorrenti in gara sarà data una lettera da portare al re del Paese che confina con il mio regno. Chi raggiungerà la capitale di quel Paese, consegnerà la lettera al re mio amico e mi porterà la risposta più in fretta degli altri, sarà il vincitore.
I sette concorrenti si schierarono quindi in piazza e ricevettero, tutti nello stesso momento, la famosa lettera da recapitare a molte miglia di distanza.
Mussadal aveva già strofinato i due peli delle sopracciglia del terzo folletto, che gli era subito apparso al fianco e si era nascosto sotto il suo mantello.
Ad un cenno del re tutti partirono.
Quando ebbero lasciato la città, il folletto disse:
- Fermati, Mussadal, perché devo mangiare.
- Ma gli altri guadagneranno troppo tempo! - obiettò il giovane.
- Non ti preoccupare! lo lavoro solo a stomaco pieno. Accompagnami a questa osteria che sta sulla nostra strada.
Era bene accontentarlo.
Il folletto mangiò e bevve abbondantemente, a spese di Mussadal si capisce, poi gli raccomandò di restare lì ad aspettarlo. Il giovane era molto preoccupato ma ebbe appena il tempo di mettersi a sedere sul ciglio della strada che il folletto era già tornato. Teneva in mano la lettera di risposta e la sventolava soddisfatto.
- Ho fatto un po' tardi perché il re amico del nostro sovrano è un po' lento nel leggere e nello scrivere - disse. - Comunque ho visto che gli altri sei concorrenti debbono ancora arrivare alla sua reggia.
Mussadal poté consegnare la risposta al re con un grandissimo anticipo rispetto agli altri sei e fu proclamato vincitore.
La bella Rossana gli fu concessa in sposa, ma Mussadal non osò dire subito che il vero sposo era un vecchio re di più di cent'anni. Raccontò invece che il matrimonio, per volere dei suoi genitori, doveva essere celebrato nella sua patria e che occorreva mettersi subito in cammino perché il viaggio era lungo.
Con una scorta di due damigelle Rossana lo seguì, ed anche volentieri, perché Mussadal era bello e si era dimostrato forte ed accorto. Era insomma uno sposo che le andava proprio a genio.
Durante il viaggio il giovane le confessò la verità, ma la bella Rossana, senza esitazione, gli confidò che non aveva nessuna intenzione di cambiarlo con uno sposo centenario.
- Tu non sai quanto sia crudele e vendicativo il re! - l'ammonì Mussadal.
- Troverò io il modo per trattarlo a dovere - rispose Rossana.
Quando giunsero al palazzo del vecchio sovrano, raccomandò a Mussadal di travestirsi da damigella del suo seguito e di accompagnarla fin dentro gli appartamenti che le erano stati riservati.
Il sovrano non stava più nella pelle dalla gioia. Poiché aveva dubitato che Mussadal potesse riuscire nell'impresa, aveva fatto preparare il palco dell'esecuzione e aveva detto al boia di stare pronto a decapitarlo.
Rossana finse di essere lieta delle nozze col vecchio re, ma espresse il desiderio di farlo ringiovanire prima della cerimonia nuziale con un bagno miracoloso di cui lei sola possedeva il segreto.
Ordinò dunque che fosse preparato un gran calderone di sapone bollente, poi invitò il vecchio a tuffarcisi dentro.
Senza esitare, tutto preso dalla frenesia di ritornare fresco e bello come a diciotto anni, egli si tuffò nel calderone e morì all'istante. Di lui non rimase che una gran saponata.
- Ed ora cosa diremo ai suoi sudditi? - esclamò Mussadal ancora travestito da damigella.
- Lascia fare a me - lo rassicurò Rossana.
Gli suggerì di indossare abiti regali e mettersi barba e baffi finti. Poi si sedette insieme a lui nella sala del trono e dette ordine che fossero fatti entrare tutti i cortigiani.
- Ecco il vostro sovrano ringiovanito dal mio bagno magico! - esclamò. - Ed ora celebriamo le nozze!
Nessuno pensò che Mussadal non fosse il vero re. Tutti avevano aspettato con curiosità l'arrivo della bella Rossana e l'effetto delle sue doti magiche, perciò nessuno si curò di sapere dove fosse finito Mussadal.
Neanche il Visir sospettò che il cacciatore di animali da pelliccia e il suo sovrano ringiovanito fossero la stessa persona. D'altronde la saggia Rossana suggerì al marito di inviarlo subito come Governatore Supremo in una lontana provincia del reame.
I due giovani sposi vissero felici e contenti ed ebbero molti figli. Di tanto in tanto, però, Mussadal si ricordava di mandare per la strada che conduceva al reame di Taruapai greggi di pecore, schiere di cammelli, branchi di bufali, e di lasciarli lì, del tutto incustoditi. Se ne perdeva in breve la traccia, è vero, e molti si domandavano dove mai fossero finiti.
Soltanto Mussadal lo sapeva e stava zitto, perché intendeva serbare gratitudine eterna ai suoi tre amici: i folletti mangioni.


tratto da: Fiabe da tutto il mondo, Universale Economica della fiaba, Gruppo Editoriale Giunti, Firenze 1996

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